Sergio Paoli, scrittore trentino, ha recentemente pubblicato il racconto "Panarottamata" che narra i giovedì pomeriggio trascorsi sulle piste della Panarotta negli anni Settanta. Quelli erano anni in cui la neve non mancava e i ragazzini della Valsugana avevano la possibilità di trascorrere alcune ore con gli sci ai piedi e apprendere "l'arte di sciare".
Come Pluto nel corto Disney, i piccoli valsuganotti affrontavano goffamente, ma con tanta volontà e divertimento, le prime discese. E l'autore ci invita a guardare il cartoon per immergerci ancor più nell'atmosfera di quei pomeriggi.
I ragazzi partivano da Pergine o da Borgo diretti sulla Panarotta con addosso un abbigliamento non propriamente "tecnico" ed ai piedi un paio di "asoti". Già il viaggio in corriera per raggiungere la meta era un'avventura.
Il racconto - di 35 pagine - integra quelli de "L'ora del Baco" evocando ricordi "non digitali". Nel suo romanzo distopico e autobiografico c'è infatti un bellissimo racconto riferito alla prima nevicata ed alle folli discese in slittino.
Il titolo Panarottamata è un gioco di parole che allude agli anni in cui gli impianti sono stati chiusi e la Panarotta "rottamata" e allo stesso tempo allude ad una Panarotta "amata".
A me la scrittura di Sergio Paoli piace molto, perchè il suo stile è un misto di ironia e sentimento. Leggi, ricordi o immagini, sorridi e poi quando hai terminato la lettura ti pervade una sorta di nostalgia per situazioni che non rivivrai più o che rimpiangi di non aver vissuto. Chissà se i nostri figli avranno in futuro ricordi "non digitali" che riaffioreranno anni dopo...
Chiudo con una citazione di Giacomo Leopardi che Sergio Paoli fa in apertura: "I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli adulti il nulla nel tutto."
★★★★☆
🍨 mousse alla fragola
scopri come valuto i libri
Oggi vi voglio consigliare un libro per bambini da infilare nella calza della Befana insieme a qualche dolcetto. Si tratta del racconto in rima "La mela Pamela", scritto ed illustrato da Lucia Brunialti, bibliotecaria della Valle di Ledro, laureata in Graphic Design e Multimedia e master in biblioteconomia e catalogazione digitale dei beni archivistici e librari.
Protagonista è una mela diversa. Le altre mele la prendono in giro e lei si isola, finché un giorno tutto cambia.
"La mela Pamela" è un libriccino illustrato di 40 pagine, edito da BABIDI-BÚ, adatto ai bambini dai quattro anni in su.
Affronta con delicatezza il tema del bullismo.
Non si tratta della prima opera di Lucia Brunialti ed anche nei suoi precedenti lavori l'autrice ha affrontato temi delicati: in "10 pomodorini al giorno", romanzo autobiografico, i disturbi alimentari e nell'antologia "Stop violenza" ha scritto un racconto riguardante lo stalking.
Chi ama i romanzi di Francesco Vidotto - io ho letto Siro, Oceano e Onesto - e desidera saperne di più sull'autore, non ha da fare altro che leggere la sua autobiografia "A ciascuno il proprio Dio" e scoprire così che si può diventare uno scrittore amato ed apprezzato - rock direbbe lui - anche partendo da insuccessi scolastici e porte chiuse in faccia dagli editori. Resistere e non arrendersi sono determinanti per perseguire il proprio obiettivo. Soprattutto “Fai ciò che sei” - come dice sempre Vidotto - è la chiave della felicità.
"Capire chi sei, non è cosa da poco. C’è il rischio di non scoprirlo mai. Di vivere la vita di qualcun altro. Di mentire a sé stessi. Per quel che mi riguarda ci ho messo quarant’anni. Avevo una confusione in testa che non saprei dire. Intuivo la mia inclinazione naturale ma avevo paura di seguirla. Temevo di fallire. Di ferire la mia famiglia. Poi finalmente ho deciso di lasciarmi andare ed ho iniziato a vivere. Per oltre vent’anni sono stato direttore generale di un gruppo industriale tra i più importanti. Viaggiavo in elicottero, mangiavo nei migliori ristoranti eppure mi sentivo povero. E lo ero! Ero povero di tempo e il tempo è l’unica ricchezza che non potevo risparmiare. Una volta speso, è andato per sempre. Allora sono ritornato in montagna, tra le Dolomiti, nella mia terra d’origine dove le giornate filano al ritmo delle stagioni."
★★★★☆
🍷 vino rosso
scopri come valuto i libri
Ho letto Siro di Francesco Vidotto dopo Onesto e Oceano, quindi in ordine inverso rispetto a quello cronologico della pubblicazione dei romanzi. Ho sentito l'esigenza di colmare la lacuna completando quella che ritengo sia una sorta di trilogia cadorina. Si tratta di un romanzo bello e poetico, come Onesto e Oceano, ma sicuramente più acerbo dei successivi. L'ambientazione è la stessa: il Cadore. Anche il protagonista, Siro, ha la stessa estrazione sociale di Oceano e Onesto. E' un pastore, povero. Vive ai piedi delle Dolomiti in una famiglia numerosa. Sogna di andare a scuola, impara a leggere da solo e trova nella lettura consolazione per la misera vita che il padre, non solo la povertà, lo costringe a fare. Si innamora di Vera. Il suo sarà un amore ricambiato, ma duramente ostacolato.
I romanzi di Francesco Vidotto mi sorprendono sempre per la profondità dei sentimenti narrati. Ho avuto il piacere di conoscerlo e di affiancarlo nella presentazione di Onesto e ho così potuto apprezzare la sua simpatia, la spigliatezza e l'allegria che trasmette quando racconta "il dietro le quinte" dei suoi romanzi.
Se non avete mai letto nulla di suo, vi consiglio di farlo seguendo l'ordine cronologico.
"Ci sono racconti che forse dovrebbero rimanere sepolti nella terra e dimenticati. Io, in questa storia ci sono inciampato per caso e ho deciso di raccontarla"
★★★★☆
🍞 pane
scopri come valuto i libri
Può capitare di chiamarsi Oceano e non aver mai visto il mare. Questa è la storia di un neonato abbandonato nella ruota degli esposti con in tasca un biglietto con scritto il suo nome. Il bambino viene adottato da una famiglia nel Cadore, vive tutta la sua vita in montagna e quando raggiunge l'età di quasi cento anni e si accorge di iniziare a perdere la memoria, chiede a Francesco Vidotto di mettere su carta i suoi ricordi affinchè non vadano persi.
"Oceano" è il romanzo che ha fatto conoscere Francesco Vidotto e lo ha fatto diventare un long seller grazie al passaparola dei lettori.
Povertà estrema, duro lavoro, alte montagne e puro amore sono gli ingredienti di questo appassionante romanzo.
“Italia, oggi manchi come la neve all’inverno”
★★★★☆
🧅 cipolla
scopri come valuto i libri
"Onesto" di Francesco Vidotto è un romanzo di estrema profondità e bellezza. Narra le vicende di due gemelli, separati poco dopo la nascita e riuniti cinque anni dopo. Santo ed Onesto sono molto legati, si vogliono bene e finiscono per innamorarsi della stessa ragazza. Onesto fa un passo indietro per la felicità del fratello, ma non smetterà mai di amare, in silenzio, Celeste. Si succedono poi eventi dolorosi, violenze, la guerra, la povertà. E Onesto decide di mettere su carta i suoi ricordi scrivendo delle lettere alle montagne che sovrastano Tai di Cadore. È grazie a queste lettere, respinte al mittente, e a Guido Contin detto "Cognac" che l'autore viene a conoscenza dei fatti accaduti.
Io ho avuto la fortuna di incontrare e intervistare l'autore il mese scorso presso la biblioteca di Arco. Francesco Vidotto sa stare sul palco come un attore. Incanta la platea con il racconto della sua rocambolesca vita e con gli aneddoti su Tai di Cadore, luogo in cui vive e dove sono ambientati i suoi romanzi più belli. Anche "Siro" ed "Oceano" narrano vicende, realmente accadute in quei luoghi, e romanzate dall'autore in una sorta di trilogia cadorina.
Francesco Vidotto è un vulcano di simpatia che scrive romanzi d'amore degni di Gabriel Garcia Marquez.
Non lo sapevo l'amore cos'era eppure, in quell'istante, lo intuii: è quando il cuore batte, ma senza bisogno di correre.
Sentivo nel mio stomaco di bambino una gioia che non sapevo dire e per la prima volta in tutta quanta la nostra vita di gemelli Santo non capì quello che io avevo nel cuore.
Spesso, a ben guardare, spendiamo la vita per raggiungere una cima, e invece avevamo solamente bisogno di un valico. Un luogo dal quale poter ripartire, seguendo un sentiero per l'altrove. Dove il panorama si spande, la brezza rinfranca e una lieve discesa inizia insieme a una vita nuova di zecca.
★★★★★
🧅 cipolla
scopri come valuto i libri
Quanto può essere difficile parlare della morte di un genitore? E quanto può essere terapeutico farlo? Mettere su carta i propri sentimenti, le proprie paure, i dubbi, ripercorrere con il pensiero ciò che è stato e non potrà più essere, guardare gli eventi da un altro punto di vista?
"Ricucendo con te" è il romanzo d'esordio di Valentina Barbiero, "liberamente tratto" dalla vita dell'autrice e della madre. Valentina di professione è assistente sociale. È a contatto con il dolore ogni giorno. La scrittura e il cucito sono per lei momenti di evasione.
Il romanzo parla di un dolore enorme: la perdita "violenta" della madre. La narrazione avviene in prima persona. Viviana è l'io narrante. Con la madre ha avuto un rapporto conflittuale. Si è sempre, inspiegabilmente, sentita rifiutata, non apprezzata. Dopo la sua morte, Viviana sente il bisogno di scavare nel passato per capire chi era veramente la madre, quale era la causa del suo profondo malessere.
Valentina mi ha detto che questo romanzo lo ha scritto per sé stessa, per chiudere un capitolo doloroso della sua vita, ma lo ha fatto anche "per tutti quei figli che non si sentono pensati, perché possano sbrigliarsi da legami familiari malati e riescano a costruire la propria identità credendo in loro stessi e nei loro sogni."
Vi confesso che quando ho letto le ultime pagine del romanzo e la postfazione dell'autrice mi sono emozionata ed ho pianto molto.
Anche nella mia vita c'è stato un evento drammatico e traumatico simile a quello vissuto da Viviana, un evento che ha riguardato una persona a me molto vicina.
Leggere questo memoir intimo e profondo, come è stato leggere "Fai bei sogni" di Massimo Gramellini, mi è servito a comprendere il gesto, a capire che chi rinuncia alla vita non lo fa perché chi gli è vicino non è "abbastanza", ma lo fa perché non riesce più a tollerare la profonda sofferenza che lo divora.
"Mia madre era stata ad un passo da realizzare tanti dei suoi sogni e poi non c'era riuscita. Non ha avuto la grinta necessaria per combattere per loro e si è lasciata travolgere dal malessere di sua madre e dalle imposizioni sociali di quegli anni."
"Mi sentivo salire le lacrime agli occhi pensando che, se mia madre mi avesse raccontato un po' della sua storia, forse avrei capito tante cose sostenendola, invece che darle addosso. Non potrò mai sapere perché non si sia fidata di me."
★★★☆☆
🍷 vino rosso
scopri come valuto i libri
"Elogio dell'ignoranza e dell'errore" è l'ultima fatica letteraria di Gianrico Carofiglio. Non mi permetterei mai di contestare le sue abilità letterarie e filosofiche. Ha creato dei personaggi interessantissimi ed affascinanti nei suoi romanzi "seriali": l'avvocato Guerrieri, il maresciallo Fenoglio e l'ex pubblico ministero Penelope Spada. Ha filosofato in numerosi suoi saggi. Ho letto tutte, o quasi, le sue opere ed è per questo che mi sento di dire che in questo libriccino di meno di cento pagine, Carofiglio ci evidenzia gli aspetti positivi dell'ignoranza e dello sbaglio, ma che tali concetti l'autore li ha già spiegati più volte in altri suoi scritti. Indubbiamente scorrevole, interessante e introspettivo, ma può risultare ripetitivo per chi già conosce i suoi scritti. Se siete dei fan di Carofiglio, potreste quindi restare delusi; al contrario, se non lo conoscete, godrete di un piccolo antipasto delle sue abilità.
Un pregio di questo scritto, che vale per tutti, è quello di sentirsi, al termine della lettura, un po' sollevati, con meno sensi di colpa per gli errori commessi.
L'educazione ricevuta da molti di noi si basa sulla condanna dell'errore e dell'ignoranza. E' sicuramente corretto cercare di evitare di sbagliare e colmare le proprie lacune, ma dobbiamo arrenderci davanti all'evidenza: impossibile non fallire mai, impossibile avere conoscenza di tutto. Ma lo sapete quante scoperte, quante vite cambiate (in positivo) sono frutto proprio di un errore? Carofiglio ne cita alcune. Lui stesso, deluso per un concorso andato male, ha chiuso la sua carriera di magistrato e si è dato alla scrittura ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti...
"Fallire" è un termine che ha un valore talmente screditante che perfino la legge ha eliminato questa definizione per gli imprenditori. Ora le imprese non "falliscono" più, vengono "liquidate giudizialmente" e la ratio nel sopprimere questo termine è stata proprio quella di voler evitare la "marchiatura a vita" dell'imprenditore.
"Spesso siamo terrorizzati dai nostri errori e dal fatto che gli altri possano accorgersene e giudicarci in modo negativo. Invece gli errori, più di tutto, rendono gli uomini amabili, scriveva Goethe. [...] Il primo significato della frase, quello più ovvio, è che gli errori ci umanizzano agli occhi degli altri esattamente come pretendere di avere sempre ragione ci rende piuttosto odiosi. Ma forse il significato più profondo è che gli errori ci rendono amabili con noi stessi. Accettare l'idea che sbagliare non è una catastrofe ma un passaggio fondamentale dell'evoluzione. Una forma di armistizio con noi stessi.
Un modo per diventare persone migliori."
★★★☆☆
🍷 vino rosso
scopri come valuto i libri
"Alma" di Federica Manzon è un romanzo meraviglioso. Ho ricevuto il libro in regalo per il mio compleanno E' stata una vera sorpresa per me. Di lei non avevo mai letto nulla. Federica Manzon con "Alma" ha vinto il Premio Campiello 2024. Meritatissimo direi.
Che storia racconta "Alma"? E chi è la protagonista?
Alma è un'anima inquieta, una bambina e poi una donna, figlia unica di una strana coppia. Cresce in una famiglia disfunzionale: mamma triestina, nonni "simpatizzanti" austro-ungarici, di famiglia benestante, padre slavo e misterioso che appare e scompare in continuazione.
Federica Manzon parla di Trieste, dell'isola di Brioni e di Roma, ma non lo fa mai esplicitamente. Nel romanzo sono: la città di confine, l'isola e la capitale. Ma le descrive in modo così dettagliato che è impossibile non riconoscerle: le rovine romane e lo zoo di Tito - occhi di vipera - sull'isola di Brioni, i Caffè San Marco, Torinese e degli specchi e i negozi di jeans, la casa dei matti e il grande parco dell'ospedale psichiatrico di Trieste, il cimitero austro-ungarico, la casa sul carso e la "Bora".
Abitando a Trieste, Alma bambina vive gli anni di Tito grazie ai frequenti viaggi al di là del confine e al passaporto slavo.
Alma oramai diventata una giovane donna vive la guerra dei Balcani dei primi anni Novanta, di qua e di là del confine, inseguendo e scappando da Vili, entrato nella sua vita da ragazzino e capace di suscitare in lei sentimenti contrastanti.
Da Trieste fugge, ma è costretta a tornarci molti anni dopo, ormai adulta, a causa di un'eredità e lì, giocoforza reincontra Vili.
"Alma" è molto di più di un romanzo d'amore. E' un romanzo storico che sprona a ricordare i tempi della ex Jugoslavia, di Tito e per chi è troppo giovane per poter ricordare è uno stimolo ad approfondire le poche nozioni ricevute a scuola.
Io che non sono stata mai un'appassionata di storia, grazie a questo tipo di romanzi imparo molto, approfondisco e ricordo. Anche dai viaggi imparo molto. A Trieste e a Brioni sono stata alcuni anni fa. Ho visitato il museo di Tito sull'isola e quando l'autrice descrive Alma ragazzina che nuota tra le rovine romane o gli animali dello zoo, mi sono immedesimata, ho riconosciuto i luoghi, i profumi. Anche Trieste mi è rimasta nel cuore. La trovo una città bellissima, elegante e multietnica.
"La geografia ha sempre la meglio sulla storia"
"Lei non saprebbe dire dove sta la sua appartenenza, neanche la sua città lo sa: si è pensata sempre parte di una nazione che non era la sua, immaginava l'Austria, sognava il regno degli slavi, e perfino la nazione garibaldina, ma poi è rimasta estranea a tutto e soprattutto a se stessa."
★★★★★
🐣 uovo di Pasqua
scopri come valuto i libri
Che cosa mi ha attirato di questo libro? Il titolo. Si è trattato di una sorta di "deformazione professionale". Chi di voi mi conosce personalmente sa già che io mi occupo di stato civile, cioè registro nati, morti e matrimoni nel Comune in cui lavoro. E nella mia carriera lavorativa mi è capitato di registrare alcune nascite di figli di donna che non consente di essere nominata. La legge italiana permette infatti alle donne di partorire nell'anonimato e lasciare il bambino in ospedale, affinchè sia dato in adozione. La ratio di tale norma è quella di consentire un parto in sicurezza e quindi tutelare la salute della madre e anche del bambino, evitare che la donna abortisca (se non lo desidera o non è possibile legalmente) tutelando la propria persona e dare al più presto una famiglia a questi bambini. Quando ho dovuto affrontare questi casi, ammetto che, da madre, ho faticato molto a capire le ragioni che hanno portato queste donne all'abbandono e non ho molto riflettuto invece su quali sarebbero state le conseguenze per i bimbi. Ciò forse è dipeso dal fatto che questi bambini sono stati affidati prestissimo ad una famiglia adottiva e li ho pensati accuditi, amati e al sicuro, sicuramente più che se allevati da madri probabilmente in gravi difficoltà personali, familiari, economiche.
Leggendo il romanzo autobiografico di Emanuela Bizzotto, quarantottenne trentina e tre volte mamma, ho potuto conoscere anche la versione del figlio abbandonato e soprattutto scoprire che questi bambini si portano dentro quasi sempre una irrefrenabile voglia di sapere, di scoprire le motivazioni che ci sono dietro al loro abbandono e quali sono le loro vere radici biologiche.
Emanuela Bizzotto ci racconta tutta la sua vita, dall'infanzia fino ad oggi, da quando i suoi genitori adottivi l'hanno portata a casa, a Telve, dall'istituto a cui era stata affidata - aveva 4 mesi - al lungo percorso intrapreso per cercare la madre biologica. Lo fa narrando le sue vicende personali con passione, con un linguaggio semplice ed efficace, in modo emozionante. Le parole scorrono veloci, il racconto si fa avvincente. Non si nasconde, ci confida il dolore subito, le fragilità superate, i dubbi che l'hanno assalita - alcuni ancora faticano a dissolversi.
Emanuela riesce a trovare Luisa, la sua mamma biologica, nel 2019. La ricerca era iniziata però molti anni prima e ha subito diverse fasi di arresto. Dovete infatti sapere che le copie degli atti di nascita degli adottati non sono rilasciabili da parte dell'ufficiale dello stato civile. Ciò può avvenire solo a seguito di una autorizzazione del Tribunale dei minori ed in determinate situazioni previste dalla legge. Tuttavia, se la madre al momento della nascita aveva scelto di partorire in anonimato (e quindi non nel caso di bambini riconosciuti e successivamente abbandonati o tolti ai genitori naturali), riuscire a scoprire le proprie origini diventa molto più complesso e ciò è possibile solo dal 2013, a seguito di una pronuncia della Corte Costituzionale. Molto spesso però nemmeno i Tribunali riescono a rintracciare la madre e se ci riescono, lei ha comunque il diritto a rimanere anonima. Deve essere contattata dal Tribunale, generalmente attraverso i servizi sociali ed in modo molto discreto, ed è lei a decidere se togliere l'anonimato.
Non vorrei che leggendo la mia recensione vi foste fatti un'idea sbagliata su questo libro. Non si tratta di un saggio sull'adozione o di un trattato sul giusto percorso giuridico da intraprendere per trovare le proprie radici biologiche, ma di una sorta di "diario ex post", un resoconto profondo e pieno di sentimenti, sulle tappe della vita di Emanuela, segnata dal "marchio dell'abbandono". Vi affezionerete alla Emanuela bambina, ai suoi genitori adottivi, farete il tifo per lei quando cercherà la sua mamma biologica, vi emozionerete quando alla fine la troverà e scoprirà di avere altri parenti stretti che piano piano sta conoscendo e stanno entrando nella sua vita.
Vi chiederete come mai Emanuela abbia condiviso "i panni sporchi" della sua famiglia con il vasto pubblico dei lettori. Lo ha fatto, perchè è una persona molto empatica ed estroversa, ma soprattutto con la speranza che la sua testimonianza possa essere d'aiuto alle famiglie adottive nella comprensione dei sentimenti, delle inquietudini e delle paure che provano i loro figli.
"Sono nata a Trento verso mezzogiorno dopo un travaglio durato un tempo accettabile, sono nata da donna che non consente di essere nominata, questa è la dicitura usata da sempre dai tribunali italiani nel caso la madre biologica non riconosca il proprio figlio. Per la donna che mi ha messo al mondo, finito il dolore del parto, è iniziato un dolore molto più grande che non termina con la conclusione delle doglie, ma si protrae per un tempo indefinito."
"Come nacqui, l'ostetrica mi portò al nido dell'ospedale, non ebbi nessun seno caldo, nessuna coccola, nessuna carezza da questa madre biologica, anche volendo non avrebbe potuto perchè ormai aveva già firmato la rinuncia a me."
★★★★☆
🧅 cipolla
scopri come valuto i libri
In questo episodio Schiavone si trova alle prese con un omicidio molto particolare: un ciclista è stato investito. Si tratta di un ricco cinquantenne che vive da poco ad Aosta. Il suo passato é misterioso e incomprensibile è il suo stile di vita. Rocco lo descrive come "una specie di ectoplasma ai margini della società". Il vice questore capisce subito che non si è trattato di un incidente con omissione di soccorso, ma di omicidio. La vittima dà l'idea di essere un uomo in fuga, in fuga dal passato ed è nel passato che bisogna indagare per risolvere il caso.
Nonostante molte critiche lette sui social riguardo all'ultimo romanzo di Antonio Manzini con protagonista Rocco Schiavone, "Il passato è un morto senza cadavere", io l'ho trovato molto ben scritto, la parte gialla molto avvincente e la componente introspettiva molto profonda. Trovo ridicolo lamentarsi per l'immobilità del personaggio che, secondo alcune bookblogger, negli anni non si sarebbe evoluto. Io trovo che questo non sia del tutto vero e, ad ogni modo, vi chiedo: vi risulta che i detective, ispettori, commissari più famosi siano evoluti nel tempo - invecchiando, sposandosi, mettendo su famiglia? A me non sembra. Sono sempre lì, più o meno fermi nella loro vita e nel loro ruolo. Io ricordo Livia, eterna fidanzata di Montalbano, per esempio...
Quando sostengo che Schiavone nel tempo un po' si è evoluto, mi riferisco alla presa di coscienza della sua infelicità, solitudine, apatia. Se nei primi romanzi Rocco era totalmente incapace di elaborare il lutto subito, viveva alla giornata senza porsi domande sul futuro, saltava da un letto all'altro con storielle e relazioni senza senso, ora è consapevole che se vuole uscire dal loop di negatività in cui è sprofondato, deve lasciarsi alle spalle il passato e provare ad investire sul futuro. Io avverto da parte sua una certa paura di non farcela e di trascinare nell'infelicità anche chi probabilmente ama (Caterina? Sandra?). Io lo capisco Rocco, capisco le sue paure: un conto è essere responsabili della propria infelicità, un conto è esserlo per quella degli altri: meglio non promettere nulla, meglio non rischiare. Qualcosa però sta cambiando. Forse Rocco è ora disposto ad investire nel futuro... lo scopriremo nel prossimo episodio... un prossimo romanzo ci sarà sicuramente, dato che questo è terminato lasciando molte questioni aperte.
"Svegliati, Rocco. Tu, gli altri, questa città, siete vivi e finché lo siete il prezzo da pagare alla vita è accettarla, abbracciarla, farsi ancora male perché è questo che vi tocca. Nascondersi è da vigliacchi"
★★★★★
🍷 vino rossoscopri come valuto i libri
"Donne che pensano troppo" è stato pubblicato in Italia nel 2023 a 10 anni dalla morte dell'autrice Susan Nolen-Hoeksema. Non si tratta di un romanzo, ma di un saggio, scritto da una psicologa, con l'intento di aiutare chi "pensa troppo", chi rumina. Negli Stati Uniti è stato letto moltissimo, divenendo un best seller.
Chi me lo ha regalato, due anni fa, forse pensava si trattasse di un romanzo con un titolo accattivante e una bella copertina. Non lo è, ma l'autrice narra episodi veri o inventati che servono da esemplificazioni e lo fa con dei brevi racconti, ben scritti e molto utili per comprendere la problematica, riconoscerci o riconoscere persone a noi vicine.
Il rimuginare è tipicamente femminile, ma nella mia famiglia, ad esempio, è caratteristica più maschile. "Quando si rumina, si continua a tornare ossessivamente sui pensieri e le emozioni negative, esaminandoli, mettendoli in discussione, lavorandoli come fossero un impasto."
Quello che più mi è piaciuto è il metodo utilizzato dall'autrice per far prendere coscienza del problema a chi ne soffre e le strategie suggerite per attenuare i disturbi, ma ancor di più ho apprezzato il suo "puntare il dito" verso la società attuale, prima vera fonte del problema. Le donne sono continuamente bombardate da informazioni e suggerimenti dai media, da internet, dalla stampa, dalla politica, dalla famiglia, dagli amici, dai colleghi, .... tutti a suggerire "come dovremmo comportarci, cosa dovremmo pensare, chi dovremmo ammirare e a che obiettivi dovremmo ambire." Finchè non si smetterà di chiedere troppo alle donne, caricandole di ogni sorta di senso di responsabilità, sarà ben difficile che possano realizzarsi in modo completo e vivere serenamente, senza finire per "sentirsi soffocare da pensieri, emozioni, preoccupazioni fuori controllo: Che cosa sto facendo della mia vita? Cosa pensano gli altri di me? Perché non sono soddisfatta? Sarò abbastanza in gamba? Il mio compagno è ancora interessato a me? Perché mio figlio mi risponde male? Perché mi sento così frustrata e ansiosa?".
Sicuramente si tratta di un libro che è stato iperpubblicizzato (e non so se in Italia abbia avuto lo stesso successo che in America) e sopravvalutato. È molto ripetitivo nei concetti (ma forse serve, è più efficace? considerato lo scopo che intende raggiungere). Tuttavia non è un libro che non vale la pena di leggere, anzi! Se siete donne (o uomini) che pensano troppo, leggetelo! Vi aiuterà a trovare una strategia per vivere più sereni. Se avete vicino qualcuno che rimugina in continuazione, leggetelo! Vi aiuterà a comprendere l'altro e magari ad aiutarlo ad uscire da quel loop. Se invece non è così, leggete altro!
★★★☆☆
🍞 pane
scopri come valuto i libri
Sarà pubblicato il 12 febbraio in Italia "Donne che non si amano abbastanza" della stessa autrice.
"Noi donne non ci amiamo abbastanza: siamo straordinariamente dure con noi stesse e ci scervelliamo ad analizzare ogni singolo difetto, perdendo ore a chiederci “Sono una buona madre? Una buona compagna? Sono brava nel mio lavoro?. Ci preoccupiamo per mille cose e raggiungiamo livelli di rovello interiore che nessuno dal di fuori riesce a immaginare, un autosabotaggio in piena regola. Ma un modo per spezzare questo circolo vizioso c’è: riscoprire e usare i nostri peculiari e unici poteri."
Qualche giorno fa ho scoperto che sulla Terra non ci sono più solo sette miliardi di abitanti, bensì più di otto. In realtà, non è una notizia così recente: pare che mi arrivi un paio d’anni in ritardo. Ciò che è certo è che si tratta di una nozione irrilevante — sette o otto che differenza volete che faccia? — ma l’amore per le statistiche irrilevanti sembra essere una caratteristica innata dell’uomo moderno. La scoperta mi ha ispirato alla lettura del celeberrimo “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, il cui giovane protagonista proviene da un pianeta tutto suo: con un solo abitante! Esclusa la presenza di un fiore bellissimo e vanitoso, i frequenti tramonti sono l’unica compagnia di cui gode il piccolo principe. Solo e in cerca di aiuto, il nostro amico si mette in viaggio attraverso il firmamento, da un pianeta ad un altro. Questa sua spedizione, lo porta a conoscere il modo di pensare degli adulti. In particolare, scopre la loro incapacità di apprezzare delle cose ciò che non si può quantificare. Lungo il tragitto, ha modo di incontrare una volpe — mio personaggio preferito — che spiega lui cosa significa tenere a qualcuno: “è il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. In fondo, il libricino è una grande allegoria per dire che gli occhi con cui guardiamo sono più importanti di ciò che abbiamo innanzi. Non esiste un metro con cui misurare il senso profondo delle cose o, ancora meglio, non c’è un unico significato ma molti — il bello e il difficile è proprio questo.
"che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile"
Settanta capitoli in 560 pagine del Murakami che piace a me, quello del realismo magico, in cui i confini tra realtà e fantasia sono incerti, come incerte sono le mura della città protagonista del romanzo.
Murakami nel romanzo cita Gabriel Garcia Marquez e il suo saper mescolare la realtà e l'irrealtà, i vivi e i morti, un omaggio all'autore che ha sempre amato e che lo ha ispirato, tanto da averlo spinto a creare un suo realismo magico, contaminato dalle fiabe e dalle credenze popolari giapponesi.
Murakami nella postfazione ci spiega che il romanzo è nato quarant'anni fa sotto forma di romanzo breve, pubblicato solo su una rivista e mai consegnato alle stampe perchè non lo convinceva, lo riteneva immaturo. Il nucleo di quel romanzo breve è poi stato utilizzato per scrivere il romanzo "La fine del mondo e il paese delle meraviglie", ma è nel 2020, in piena pandemia, che Murakami si rende conto di aver maturato le capacità narrative per farlo diventare ciò che desidera. Lo riprende in mano e lo riscrive.
Il romanzo ha il ritmo lento e le atmosfere oniriche che caratterizzano l'autore. Come spesso accade nei suoi romanzi, protagonista è un giovane adolescente innamorato. Lui ha diciassette anni, ha conosciuto lei, sedicenne, ad un concorso letterario organizzato dalla scuola. L'amore è ricambiato. Si tratta di un amore giovane, adolescenziale, quasi platonico. Si frequentano per un anno, si scrivono tante lettere, si incontrano quando possono. Prima di sparire nel nulla, lei gli racconta di una città circondata da alte mura, in cui gli orologi non hanno lancette, i fiumi non scorrono, le persone sono state private della propria ombra e nelle biblioteche non si leggono libri ma sogni. E gli confida che lei vive in quella città, mentre quella con cui sta parlando è solo l'ombra di quella ragazza.
Quando lei sparisce, lui non si dà pace e cerca di trovare il modo per raggiungere la città dalle alte mura incerte.
"La lettura", l'inserto culturale del "Corriere della sera" lo ha collocato al primo posto nella Classifica di Qualità 2024.
A me è piaciuto molto. Nulla a che vedere con "Abbandonare un gatto". Molto più simile allo stile di "1Q84" che a parer mio resta il capolavoro di Murakami.
"E alla fine costruimmo un mondo speciale, segreto, un mondo soltanto nostro che potevamo condividere - una misteriosa città circondata da alte mura."
"...può darsi che la realtà non sia una sola. La realtà è forse qualcosa che noi dobbiamo scegliere fra tante possibilità."
"Vivevo sognando te, quando ero sveglio pensavo sempre e solo a te. E forse ti sognavo anche quando dormivo. Però nelle lettere non osavo confessartelo e mi sforzavo di frenare le mie pulsioni."
"Davi l'impressione di parlare sempre con franchezza di ogni cosa, senza mai nascondere nulla. Ma era proprio vero? Chi lo sa... Non esiste nessuno che non abbia segreti. I segreti sono qualcosa di cui abbiamo bisogno, per vivere in questo mondo. Non è così?"
"Il tuo cuore sta cercando una svolta, ne ha bisogno. La tua coscienza però non l'ha ancora percepito. Il cuore umano è difficile da comprendere."
★★★★★
🥘 ratatouille
scopri come valuto i libri
Erano diversi anni che avevo in mente di leggere il romanzo di Viola Ardone "Oliva Denaro". Avevo assistito alla presentazione fatta dall'autrice al Salone del libro nel 2021. L'ho letto di recente e l'ho apprezzato molto. Si tratta della storia vera, romanzata, della siciliana Franca Viola, prima donna che negli anni '60 si oppose al matrimonio riparatore con il suo violentatore. Dovete infatti sapere che il codice penale fino al 1981 prevedeva che se l’autore di violenza sessuale avesse poi sposato la “parte offesa”, il reato si sarebbe estinto.
Viola Ardone ha anagrammato il proprio nome e ha creato il personaggio di Oliva Denaro. Il racconto è in prima persona. E' Oliva che ci narra la sua infanzia spensierata, ci parla del papà taciturno, della mamma legata alle tradizioni, della sorella intrappolata in un matrimonio infelice, del fratello gemello, dell'amico di infanzia, della corte di un non troppo "bravo ragazzo", del rapimento e della violenza che la ha fatta diventare una "brocca rotta" e di come si oppose alla "paciata" suscitando scandalo. E lo fa con semplicità, coinvolgendoti, facendoti anche sorridere, emozionare, piangere. Viola Ardone ha una scrittura bellissima, capace di farti entrare nelle storie. La Ardone è l'autrice anche de "Il treno dei bambini". Ha una predilezione per le storie vere che romanza e fa conoscere.
Dal libro è stata tratta un'opera teatrale, un monologo. Oliva Denaro è interpretata da Ambra Angiolini. Io ho assistito pochi giorni fa allo spettacolo a Ledro. Ambra ha dimostrato grande bravura. Ha interpretato Oliva Denaro molto bene utilizzando la giusta cadenza dialettale, adattando a seconda dei personaggi il tono di voce. Ha saputo coinvolgere il pubblico che più volte ha riso, applaudito e si è commosso con lei. Sì, anche lei si è commossa nel finale, quando è scesa dal palco per urlare il suo NO potente e significativo alla violenza, alla sopraffazione, alla disuguaglianza di genere.
E' stata molto brava anche nel gestire due interruzioni, non programmate, dovute ad un malore di una spettatrice.
Al termine dello spettacolo ha abbracciato i genitori di Alba Chiara (vittima qualche anno fa di femminicidio) presenti in sala. Ha letto al pubblico una poesia scritta dalla mamma in memoria della figlia.
La femmina è una brocca, chi la rompe se la piglia, così dice mia madre.
Io ero più felice se nascevo maschio come Cosimino, ma quando mi fecero nessuno si curò del mio parere. Dentro la pancia noi due stavamo insieme ed eravamo uguali, però poi siamo venuti diversi: io con la camicina rosa e lui celeste, io con la bambola di pezza e lui con la spada di legno, io con la vestina a fiori e lui con la braghetta a righe. A nove anni lui aveva imparato a fischiare, con e senza le dita, mentre io sapevo farmi la coda, sia bassa che alta. Adesso che ne abbiamo quasi quindici, lui è diventato dieci centimetri più alto di me e può fare molte cose più di me: camminare per il paese con il sole e con il buio, mettere i pantaloni corti e, nei giorni di festa, anche lunghi, parlare con le femmine e con i maschi di tutte le età, bere un bicchiere di vino alla domenica con l’acqua dentro, dire parolacce, sputare e, quando è stagione, correre fino alla spiaggia e farsi il bagno di mare con i calzoncini. Io sono favorevole al bagno di mare.
Mia madre, tra noi due, preferisce Cosimino perché lui è chiaro di pelle e di capelli, come mio padre, e invece io sono nera, come il corvo. Non è una brocca , lui. Non si rompe. E se si rompe si rimette insieme.
★★★★★
🥃 amaro digestivo:
scopri come valuto i libri
Lucia Brunialti è una ragazza giovane (ha solo 28 anni), ma nella vita ha già fatto tante belle cose: suona quattro strumenti, ha pubblicato due libri e qualche racconto, ha creato un personaggio autobiografico per delle vignette e scrive canzoni. Lavora in biblioteca, è laureata all'accademia delle belle arti ed ha un master in biblioteconomia. E poi va in bici... (che oltre ai libri e alla corsa è una delle mie passioni).
Quando la incontri ti saluta con uno splendido sorriso che trasmette gioia e serenità. Ma quel bellissimo sorriso è il risultato della sofferenza e dei dolori che Lucia ha subito, superato e che ha voluto raccontare in un libro autobiografico, pubblicato nel 2023, "10 POMODORINI AL GIORNO. COME LA MUSICA MI HA SALVATO LA VITA".
Lucia ha sempre scritto, fin da giovanissima: lettere, un diario, canzoni. La scrittura e la musica sono state le sue ancore di salvezza che le hanno permesso, prima di rimanere a galla e poi di uscire dal mare di tristezza in cui due lutti l'avevano scaraventata: il padre morto in un "incidente" quando Lucia aveva sei anni e, dieci anni dopo, lo zio, strappato alla vita da una malattia. Ed è in quel periodo, in piena adolescenza, che Lucia scopre un "segreto di famiglia" e si rende conto che di quel fatto lei era l'unica ad essere all'oscuro. Lucia entra nell'incubo dei disturbi alimentari: dall'anoressia nervosa all'alimentazione senza freno. Quattro anni di alti e bassi, un'altalena di depressione e di speranza, in cui Lucia è cosciente del disturbo e cerca in ogni modo di uscirne. Ma non è facile.
La sua scrittura è fresca ed originale, evolve nello scorrere delle pagine, perché Lucia ha voluto recuperare i testi originali scritti allora, ai quali ha aggiunto le sue considerazioni e riflessioni di oggi.
Lucia mi ha fatta tornare indietro nel tempo, ai miei sedici anni, a quando anch'io dopo aver subito un grave lutto, ho scoperto un "segreto di famiglia", a quando per paura di non essere abbastanza magra per correre, il cibo era diventato per me un'ossessione e tutto era un numero: quanti chilometri corsi, quante calorie introdotte, quanti minuti di ginnastica fatti, quanti chili persi, quanti maccheroni mangiati (dodici era il numero che mi ero imposta di non superare - come i dieci pomodorini di Lucia). Per fortuna la mia "ossessione" si è fermata ad una lieve "anoressia -cosidetta- delle ballerine" e nel giro di qualche mese ho recuperato il peso perduto. Un po' di fissazione per le calorie, per la forma fisica, per il peso, mi è rimasta a lungo però.
Questo libro meriterebbe di essere letto nelle scuole. Potrebbe essere d'aiuto a molti ragazzi, spinti dalla sua scrittura sincera e diretta a riconoscersi, immedesimarsi e sentirsi così meno "diversi", meno incompresi, meno soli e infondere in loro un po' di fiducia.
Brava Lucia! Ti sei messa a nudo e ci hai trasmesso un messaggio, forte, chiaro e positivo: quello di non arrendersi mai.
"Sono triste.
Son troppo fragile e mi abbattono perfino le piccole cose. E mi odio quando è così.
Scende una lacrima dall'occhio, non mi è entrata polvere, ne sono sicura, è qualcosa che si muove dentro e fa male."
"Da soli non ce la si può fare ogni volta.
A volte sì, magari spesso, ma non sempre."
"Ho solo sedici stupidissimi anni e una mentalità da chissà quanti.
Sogno una casa, un uomo, una famiglia vera.
Sogno un lavoro...Sogno certezze."
★★★★☆
🍷 vino rosso
scopri come valuto i libri
STOP VIOLENZA è un'antologia di dieci (+ 1) racconti in cui protagonisti sono: la violenza psicologica, lo stalking, l'egocentrismo, il narcisismo, gli amori tossici, la violenza in famiglia, la pedofilia.
Tutte le dieci storie raccontano fatti che avvengono in ambito familiare o in relazioni. Ambiti in cui ci si dovrebbe sentire al sicuro.
L'undicesimo racconto è il più bello, perché scritto dai dieci autori, quello sicuramente meno autobiografico, ma che racchiude le speranze di tutti noi: che tutte le vittime di violenza sappiano dire di no all'ultimo appuntamento, perché spesso significa salvarsi la vita.
L'opera è stata pubblicata pochi giorni fa e io ho avuto l'onore di ricevere una delle prime copie, perchè - come mi ha scritto Tea - sono stata la prima persona a credere in loro. Ed ho avuto anche la fortuna di incontrare alcune autrici in una sorta di "prima presentazione" in privato.
Volutamente non metterò stelle a questo libro, perché non è possibile per me valutare con un voto questa opera. Certamente alcune storie sono scritte "meglio" di altre. Alcuni autori sono professionisti, ma non è detto che siano le loro storie a colpirvi di più. Seppure nel libro gli autori dichiarino che si tratta di storie verosimili, ma non vere, alcune vi trascineranno nel racconto con una forza che solo la scrittura di chi ha vissuto quei fatti può avere.
Conosco alcune autrici, conosco le storie che hanno ispirato i loro racconti. Posso solo fare loro un immenso applauso per questa opera importantissima che hanno scritto, per il loro coraggio e per la loro forza. Per tutti loro scrivere questi racconti è stato doloroso, ma liberatorio.
Sicuramente è un atto importante, un "piccolo" apporto alla causa. Non dimentichiamo che anche il mare è fatto di gocce.
Grazie a Angela Caputo, Lucia Brunialti, Tea Vergani (che anche questa volta ha saputo fare squadra), Elena Andreotti, Franco Marani, Arnalda Bernaschina, Telah Lee, Fede Rune, Ilario Giannini e Tatiana Emmer.
Compratelo! Leggetelo! Regalatelo!
"Cancello il suo numero, blocco le sue chiamate. Non andrò ad alcun ultimo appuntamento. Non ci sarà nessun addio. Solo il silenzio . Per la prima volta da tanto tempo, il silenzio non mi fa paura. Il dolore non passerà, certo, ma sarà un dolore diverso, che sa di libertà."
Video della presentazione della raccolta presso la biblioteca di Arco in occasione della giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne
Il Marquez che ho amato io è quello di "Cent'anni di solitudine", de "L'amore ai tempi del colera" e di "Cronaca di una morte annunciata", il Marquez del realismo magico.
Questo ultimo romanzo, uscito postumo, e che l'autore non avrebbe pubblicato, appartiene allo stile dei suoi ultimi anni.
Non mi era piaciuto "Memoria delle mie puttane tristi" e "Vediamoci in agosto" appartiene a quel genere. Non è il Marquez che amo, però apprezzo la scelta degli eredi di pubblicarlo, nonostante la contrarietà dello scrittore, e sono contenta di averlo letto. È pur sempre un romanzo di Marquez. Se dopo aver terminato un libro, nei giorni e nelle ore seguenti ci ripensi, significa che qualcosa ti ha lasciato.
Marquez era malato quando lo ha scritto. C'è chi dice che avesse l'Alzheimer, chi afferma fosse affetto da demenza senile. Quello che è certo è che lo ha riscritto cinque volte e non ne era soddisfatto. Lui stesso si lamentava di aver perso la memoria e che lo scritto aveva delle contraddizioni.
Si tratta di un romanzo triste e brevissimo, un centinaio di pagine. Si legge in un paio d'ore. Narra la storia di una donna cinquantenne che il sedici di agosto di ogni anno si reca sull'isola in cui è sepolta sua madre a portarle dei fiori e lì trascorre ogni anno una notte lontana dalla sua famiglia. E in quelle notti accade qualcosa...
"Tornò sull'isola il venerdì sedici agosto con il traghetto delle tre del pomeriggio. Indossava un paio di jeans, una camicia scozzese a quadri, scarpe semplici con il tacco basso e senza calze, un parasole di raso, la borsa e, come unico bagaglio, una sacca da spiaggia. Alla fila dei taxi del molo andò dritta verso un vecchio modello roso dalla salsedine. L'autista la accolse con un saluto da amico e la portò a sobbalzi attraverso il paese indigente, con case di legno, canne e fango, tetti di palma amara e strade di arena ardente di fronte a un mare in fiamme."
★★★☆☆
🥃 amaro digestivo
scopri come valuto i libri
Non è assolutamente mia intenzione fare polemica sulla questione "orsi in Trentino". Semplicemente la vicenda mi ha fatto tornare in mente un libro che ho acquistato qualche anno fa ai miei figli, da cui è stato tratto anche un film di animazione: "La famosa invasione degli orsi in Sicilia" di Dino Buzzati.
Si tratta di una favola "per tutte le età", per grandi e piccini.
A me Buzzati piace molto. Vi consiglio la lettura del libro o la visione del film.
Votazione: 5 stelle ad entrambi!
“ - Tornate alle montagne-, disse lentamente Leonzio. - Lasciate questa città dove avete trovato la ricchezza, ma non la pace dell'animo. Toglietevi di dosso quei ridicoli vestiti. Buttate via l'oro. Gettate i cannoni, i fucili e tutte le altre diavolerie che gli uomini vi hanno insegnato. Tornate quelli che eravate prima. Come si viveva felici in quelle erme spelonche aperte ai venti, altro che in questi malinconici palazzi pieni di scarafaggi e di polvere! I funghi delle foreste e il miele selvatico vi parranno ancora il cibo più squisito. Oh, bevete ancora l'acqua pura delle sorgenti, non il vino che rovina la salute. Sarà triste staccarvi da tante belle cose, lo so, ma dopo vi sentirete più contenti, e diventerete anche più belli. Siamo ingrassati, amici miei, ecco la verità, abbiamo messo su pancia -.
★★★★★
🥘 ratatouille
scopri come valuto i libri
Pubblico oggi la recensione de "La cuoca segreta di Frida", per ricordare la pittrice Frida Kahlo morta esattamente settant'anni fa. Si tratta di un romanzo di Florencia Etcheves che ho iniziato a leggere molti mesi fa con entusiasmo, per poi arenarmi. Il personaggio Frida mi ha sempre appassionata, molto prima della "kahlomania" e su di lei ho letto numerose biografie. Ero consapevole che leggendo questo romanzo avrei aggiunto poco in termini di conoscenza sulla pittrice messicana, però mi intrigava l'idea di scoprire magari qualche aneddoto che non conoscevo e mi piaceva anche rileggere la sua storia.
Il romanzo è ben strutturato e alterna un capitolo ambientato ai giorni nostri ad un altro ai tempi di Frida. La "cuoca segreta" che dà il titolo all'opera è finzione, il giallo che viene narrato nei capitoli "odierni" è anche pura invenzione. Di vero c'è la biografia di Frida Kahlo.
Ciò che mi ha bloccata nella lettura è stato un presunto "errore storico". Cito testualmente: "Dopo aver sistemato la spesa su uno scaffale di legno trasformato in dispensa, Caridad prese la scopa che qualcuno aveva lasciato appoggiata al lavello di metallo e scopò il pavimento di cemento levigato. Ammucchiò le bucce di patate, le briciole di pane e qualche mozzicone di sigaretta. Infilò il tutto in un sacchetto di plastica e buttò la spazzatura in un contenitore metallico accanto alla porta che collegava la stanza al giardino."
A voi risulta che nel 1940 esistessero i sacchetti di plastica in Messico o in altre parti del mondo? Secondo Wikipedia: "Le domande di brevetto americane ed europee relative alla produzione di sacchetti di plastica per la spesa risalgono ai primi anni '50, ma si riferiscono a costruzioni composite con manici fissati al sacchetto in un processo di produzione secondario. Il moderno sacchetto leggero per la spesa è un'invenzione dell'ingegnere svedese Sten Gustaf Thulin. Il progetto di Thulin fu brevettato in tutto il mondo da Celloplast nel 1965."
Un errore tutto sommato perdonabile, ma che mi ha fatto sorgere il dubbio che l'autrice non abbia voluto perdere troppo tempo nel documentarsi e che si sia presa anche altre "licenze".
Dopo mesi di stop l'ho ripreso in mano e terminato. Il finale non mi è piaciuto. La chiusura è sbrigativa e lascia aperte molte vicende.
Mi sono piaciute molto le parti in cui vengono descritte dettagliatamente le tradizioni culinarie messicane e i costumi delle “Tehuanas”, le donne di Tehuantepec, famose per i lavori di ricamo coloratissimi e gli abiti composti dallo huipil e da una gonna molto ampia.
Frida amava indossare l'abito da tehuana che tanto piaceva a Diego Rivera.
Complessivamente il romanzo non è male e può essere molto interessante per chi non conosce la vita di Frida Kahlo e il suo turbolento amore per Diego Rivera.
Se deciderete di leggerlo, vi terrà compagnia per quasi 600 pagine.
"Non voglio che Diego mi dia un soldo . Non voglio niente da quel grosso rospo, niente di niente. Questo lo devi imparare anche tu. Non accettare mai in vita tua soldi da un uomo. Devi riuscire a procurarteli da sola."
★★★☆☆
🍞 pane
scopri come valuto i libri