Chi ama i romanzi di Francesco Vidotto - io ho letto Siro, Oceano e Onesto - e desidera saperne di più sull'autore, non ha da fare altro che leggere la sua autobiografia "A ciascuno il proprio Dio" e scoprire così che si può diventare uno scrittore amato ed apprezzato - rock direbbe lui - anche partendo da insuccessi scolastici e porte chiuse in faccia dagli editori. Resistere e non arrendersi sono determinanti per perseguire il proprio obiettivo. Soprattutto “Fai ciò che sei” - come dice sempre Vidotto - è la chiave della felicità.
"Capire chi sei, non è cosa da poco. C’è il rischio di non scoprirlo mai. Di vivere la vita di qualcun altro. Di mentire a sé stessi. Per quel che mi riguarda ci ho messo quarant’anni. Avevo una confusione in testa che non saprei dire. Intuivo la mia inclinazione naturale ma avevo paura di seguirla. Temevo di fallire. Di ferire la mia famiglia. Poi finalmente ho deciso di lasciarmi andare ed ho iniziato a vivere. Per oltre vent’anni sono stato direttore generale di un gruppo industriale tra i più importanti. Viaggiavo in elicottero, mangiavo nei migliori ristoranti eppure mi sentivo povero. E lo ero! Ero povero di tempo e il tempo è l’unica ricchezza che non potevo risparmiare. Una volta speso, è andato per sempre. Allora sono ritornato in montagna, tra le Dolomiti, nella mia terra d’origine dove le giornate filano al ritmo delle stagioni."
★★★★☆
🍷 vino rosso
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Ho letto Siro di Francesco Vidotto dopo Onesto e Oceano, quindi in ordine inverso rispetto a quello cronologico della pubblicazione dei romanzi. Ho sentito l'esigenza di colmare la lacuna completando quella che ritengo sia una sorta di trilogia cadorina. Si tratta di un romanzo bello e poetico, come Onesto e Oceano, ma sicuramente più acerbo dei successivi. L'ambientazione è la stessa: il Cadore. Anche il protagonista, Siro, ha la stessa estrazione sociale di Oceano e Onesto. E' un pastore, povero. Vive ai piedi delle Dolomiti in una famiglia numerosa. Sogna di andare a scuola, impara a leggere da solo e trova nella lettura consolazione per la misera vita che il padre, non solo la povertà, lo costringe a fare. Si innamora di Vera. Il suo sarà un amore ricambiato, ma duramente ostacolato.
I romanzi di Francesco Vidotto mi sorprendono sempre per la profondità dei sentimenti narrati. Ho avuto il piacere di conoscerlo e di affiancarlo nella presentazione di Onesto e ho così potuto apprezzare la sua simpatia, la spigliatezza e l'allegria che trasmette quando racconta "il dietro le quinte" dei suoi romanzi.
Se non avete mai letto nulla di suo, vi consiglio di farlo seguendo l'ordine cronologico.
"Ci sono racconti che forse dovrebbero rimanere sepolti nella terra e dimenticati. Io, in questa storia ci sono inciampato per caso e ho deciso di raccontarla"
★★★★☆
🍞 pane
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Può capitare di chiamarsi Oceano e non aver mai visto il mare. Questa è la storia di un neonato abbandonato nella ruota degli esposti con in tasca un biglietto con scritto il suo nome. Il bambino viene adottato da una famiglia nel Cadore, vive tutta la sua vita in montagna e quando raggiunge l'età di quasi cento anni e si accorge di iniziare a perdere la memoria, chiede a Francesco Vidotto di mettere su carta i suoi ricordi affinchè non vadano persi.
"Oceano" è il romanzo che ha fatto conoscere Francesco Vidotto e lo ha fatto diventare un long seller grazie al passaparola dei lettori.
Povertà estrema, duro lavoro, alte montagne e puro amore sono gli ingredienti di questo appassionante romanzo.
“Italia, oggi manchi come la neve all’inverno”
★★★★☆
🧅 cipolla
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Galeotto fu "l'articolo" e chi lo scrisse!
Ebbene sì, lo ammetto: non conoscevo il commissario Mario Mandelli di Gian Andrea Cerone prima di imbattermi in un articolo dell'inserto del Corriere della sera "La lettura" che annunciava l'uscita del quarto episodio -parzialmente- ambientato in val di Fassa. Come avevo potuto perdermi quel personaggio?
Doppiamente incuriosita dal "nuovo" commissario e dell'ambientazione vicino a casa, mi sono documentata meglio ed ho scoperto che Gian Andrea Cerone avrebbe presentato il suo ultimo romanzo noir pochi giorni dopo in Trentino.
Non volevo perdermi l'occasione di incontrarlo e non volevo nemmeno arrivarci completamente "digiuna" riguardo alla squadra dell'unità di analisi del crimine violento, a capo della quale è posto il commissario Mandelli.
Mi sono quindi messa subito alla ricerca del primo episodio. Da brava lettrice "seriale" non volevo assolutamente iniziare a leggere la serie dal quarto episodio. Purtroppo non sono riuscita a trovare "Le Notti senza sonno" e ho quindi iniziato con il secondo: "Il trattamento del silenzio".
A dire il vero non ho avuto nessuna difficoltà ad ambientarmi con la squadra. Cerone non dà nulla per scontato e qui e là nel romanzo inserisce dei brevi incisi, qualche ricordo, che aiutano il lettore che ha già letto il precedente a ritrovare la memoria e agevola la lettura agli altri.
Incontrandolo a Rovereto ho scoperto che tutti i titoli dei suoi romanzi hanno un legame molto profondo con il racconto.
Il "trattamento del silenzio" è una vera e propria forma di violenza psicologica, praticata fin dal Medioevo che consiste nel non comunicare con una persona, provocandone gravi danni psicologici e depressione.
La “curva dell’oblio”, studiata dallo psicologo e filosofo tedesco Hermann Ebbinghaus descrive per quanto tempo siamo in grado di trattenere delle informazioni.
Se non le riutilizziamo velocemente, verranno perse. Più vengono praticate, più la curva si appiattisce e il ricordo migliora.
Lo sa bene Mandelli che i testimoni di un delitto vanno ascoltati subito per non disperdere o alterare informazioni importanti.
Mario Mandelli è un commissario "normale", non un tipo vicequestore Schiavone -scontroso, indisciplinato e un po' dannato-. È sposato da trent'anni con Marisa Bonacina, di cui è ancora innamorato, è colto, tranquillo, simpatico ed empatico, solido, un po' paterno e autorevole nei confronti della squadra.
E la squadra? Quella sì è originale e variegata.
Antonio Casalegno, bello, intelligente, affascinante dongiovanni rubacuori, impulsivo e insofferente.
Marica Ambrosio, ex giavellottista, imponente e dolce allo stesso tempo.
Zilli, l'hacker.
Caterina Dei Cas, poliziotta valtellinese, bella, indipendente e capace, si aggiunge alla squadra nel secondo romanzo.
E poi ce ne sono molti altri che scoprirete leggendo.
Ora vi racconterò brevemente la trama de "Il trattamento del silenzio", senza anticipare nulla che possa rovinarvi la lettura.
Il commissario Mandelli e l'ispettore Casalegno indagano su una serie di crimini violenti commessi a Milano, tra cui la morte di due collezionisti e la scomparsa di un libro antico. Altre vicende si intrecciano, accadono strane sparizioni di ragazze universitarie e un losco tipo si aggira tra i corridoi dell'Università. La squadra si troverà impegnata su piu fronti di indagini.
Il racconto è avvincente e non mancano i colpi di scena. Non mancano nemmeno vicende amorose e riflessioni profonde.
Le storie d'amore non finiscono mai di colpo, quello è l'alibi degli imbecilli. Spesso scivolano lentamente sul piano inclinato del tempo, finchè uno dei due non si ritrova con il culo per terra. In molti casi entrambi.
★★★★☆
🍾 spumante
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Chiudo con tre curiosità: la prima è che Mandelli e la sua squadra si riferiscono ai casi loro assegnati utilizzando la scala di Stone. Un caso di Stone22 indica gli omicidi peggiori. È una classificazione creata dal criminologo americano Michael Stone. Oltre il gradino 22 non c'è nulla.
Mi ricorda un po' le rotture del decimo livello di Schiavone.
La seconda è che Marisa Bonacina, detta Isa, moglie del commissario Mario Mandelli, è la protagonista del racconto: "La prima indagine di Marisa Bonacina", contenuto nella raccolta "Un lungo Capodanno in noir".
Io l'ho letto!
E infine, la terza: è in produzione la serie tv di Sky!
Ed ora vi lascio e continuo la lettura de "La curva dell'oblio". A presto con la recensione!
Oggi vi voglio parlare di un simpatico romanzo giallo, "La ragazza dell'anagrafe", scritto da una dipendente comunale (come me) e di cui ho scoperto l'esistenza pochi mesi fa.
L'autrice è Valeria Maranò, nata a Bari nel 1968. Valeria però ha vissuto e lavorato molti anni in provincia di Torino. Ha scritto questo romanzo e i successivi due nel periodo in cui era responsabile del servizio demografico del Comune di Coazze.
Purtroppo Valeria non c'è più ed io ho saputo dei suoi romanzi leggendo la notizia della sua morte sul gruppo degli ufficiali di anagrafe e stato civile.
Ho subito cercato i suoi libri ed ho acquistato immediatamente il suo romanzo d'esordio che mi incuriosiva doppiamente, non solo perché scritto da una dipendente comunale appassionata di letteratura come me, ma anche perché il suo giallo è ambientato negli uffici demografici di un piccolo comune torinese (inventato) e la protagonista fa proprio il mio lavoro.
Da "esperta" del settore vi posso dire che mi ci sono ritrovata tantissimo.
Mi viene da pensare che è proprio vero che "tutto il mondo è paese", visto che i curiosi episodi di cui ci parla la protagonista sono gli stessi che capitano a me e alle mie colleghe "urpesse" (matrimoni e separazioni di comodo, assurde richieste di copie conformi di autocertificazioni del nulla, richieste di cittadinanza di discendenti di cittadini italiani che non parlano una parola di italiano e che non hanno nessuna intenzione di rimanere a vivere nel nostro Paese ...).
Per chi non è del settore spiego che il termine "urpesse" è un vocabolo che abbiamo inventato noi dei servizi demografici ed urp (ufficio relazioni con il pubblico) del comune in cui lavoro per accomunare tutte le impiegate che si trovano a diretto contatto con il pubblico e affrontano ogni giorno vicende simili a quelle descritte nel romanzo. E noi urpesse ci ritroviamo a svolgere spesso ruoli non proprio che ci competono (psicologo, assistente sociale...), ma di cui abbiamo acquisito le competenze lavorando allo sportello, perché si sa che "la pratica vale più della grammatica".
Scherzi a parte, il romanzo è bello, scorrevole ed originale, anzi molto originale, in quanto scritto in prima persona dalla protagonista che vive le vicende da un punto di vista particolare. Molto particolare direi. La narratrice, Lucia Colella, 40 anni, impiegata presso l'ufficio anagrafe del Comune di Tricino, segue le indagini del suo omicidio dall'aldilà. Non ricorda nulla di quello che è accaduto pochi giorni prima ed assiste incuriosita a tutto ciò che accade dentro e fuori gli uffici comunali.
Oltre a scoprire l'assassino, il lettore completamente digiuno della materia anagrafica avrà modo di capire quello che si fa nei nostri uffici, che per rilasciare un certificato basta sì schiacciare un bottone, ma affinchè il computer stampi un documento corretto, una carta d'identità o un atto veritiero, è necessario il lavoro coordinato e complesso di molte persone.
Leggetelo! È leggero, ma non frivolo. Va bene per una lettura sotto l'ombrellone, ma anche per passare un pomeriggio piovoso.
"Sono belle le mie colleghe, ognuna a suo modo, e ognuna di loro completa l'altra; sono accomunate tutte dalla voglia di collaborare, di darsi una mano per creare un ambiente sereno. Cosa non da poco, vista la quantità di tempo che si trascorre insieme lavorando. Io mi sentivo parte di tutto questo, e volevo bene a tutte, ma a Viviana in particolare perchè mi ha insegnato tutto quello che c'era da sapere per lavorare con coscienza e serenità, esattamente ciò a cui ho sempre ambito.
Già, io ci tenevo davvero a rendermi utile al cittadino, a essere uno strumento per risolvere problemi, e mi sono sempre impegnata per conoscere a fondo le leggi, per diventare un punto di riferimento."
★★★★☆
🍨 mousse alla fragola
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Valeria Maranò ha inoltre pubblicato "Scorie" nel 2023.
"Carmela, detta Melina, impiegata comunale di cinquant’anni, si trova improvvisamente ad affrontare una malattia invalidante. Il suo medico di famiglia è convinto che la malattia sia dovuta allo stress e possa essere affrontata supportando con rimedi alternativi quelli proposti dalla medicina allopatica. La terapia alternativa di Melina, su consiglio del medico, consisterà nello scrivere di tutto ciò che le procura sofferenza. Pagina dopo pagina, Melina emergerà dal percorso con una visione totalmente rinnovata della realtà e riuscirà a recuperare, oltre alla salute, una relazione che riteneva irrimediabilmente persa."
E nel 2025 ha pubblicato "Con tutta la gioia possibile".
"Chiara conduce una vita tranquilla nella sua casa con giardino in un ridente paesino pedemontano, assieme a suo marito e ai suoi cani. Il lavoro non è entusiasmante come non lo sono i colleghi, ha poche amicizie sulle quali contare e una famiglia d’origine che è il suo punto di riferimento. Un temporale imprevisto si abbatte su di lei, una malattia dal nome terrificante. Non può che imboccare il percorso che le si prospetta, con l’aiuto e il sostegno di una nuova famiglia, fatta di persone straordinarie vestite di bianco. Anche se la strada è in salita e appare impervia, Chiara è decisa ad arrivare in alto per godersi il panorama."
Che cosa mi ha attirato di questo libro? Il titolo. Si è trattato di una sorta di "deformazione professionale". Chi di voi mi conosce personalmente sa già che io mi occupo di stato civile, cioè registro nati, morti e matrimoni nel Comune in cui lavoro. E nella mia carriera lavorativa mi è capitato di registrare alcune nascite di figli di donna che non consente di essere nominata. La legge italiana permette infatti alle donne di partorire nell'anonimato e lasciare il bambino in ospedale, affinchè sia dato in adozione. La ratio di tale norma è quella di consentire un parto in sicurezza e quindi tutelare la salute della madre e anche del bambino, evitare che la donna abortisca (se non lo desidera o non è possibile legalmente) tutelando la propria persona e dare al più presto una famiglia a questi bambini. Quando ho dovuto affrontare questi casi, ammetto che, da madre, ho faticato molto a capire le ragioni che hanno portato queste donne all'abbandono e non ho molto riflettuto invece su quali sarebbero state le conseguenze per i bimbi. Ciò forse è dipeso dal fatto che questi bambini sono stati affidati prestissimo ad una famiglia adottiva e li ho pensati accuditi, amati e al sicuro, sicuramente più che se allevati da madri probabilmente in gravi difficoltà personali, familiari, economiche.
Leggendo il romanzo autobiografico di Emanuela Bizzotto, quarantottenne trentina e tre volte mamma, ho potuto conoscere anche la versione del figlio abbandonato e soprattutto scoprire che questi bambini si portano dentro quasi sempre una irrefrenabile voglia di sapere, di scoprire le motivazioni che ci sono dietro al loro abbandono e quali sono le loro vere radici biologiche.
Emanuela Bizzotto ci racconta tutta la sua vita, dall'infanzia fino ad oggi, da quando i suoi genitori adottivi l'hanno portata a casa, a Telve, dall'istituto a cui era stata affidata - aveva 4 mesi - al lungo percorso intrapreso per cercare la madre biologica. Lo fa narrando le sue vicende personali con passione, con un linguaggio semplice ed efficace, in modo emozionante. Le parole scorrono veloci, il racconto si fa avvincente. Non si nasconde, ci confida il dolore subito, le fragilità superate, i dubbi che l'hanno assalita - alcuni ancora faticano a dissolversi.
Emanuela riesce a trovare Luisa, la sua mamma biologica, nel 2019. La ricerca era iniziata però molti anni prima e ha subito diverse fasi di arresto. Dovete infatti sapere che le copie degli atti di nascita degli adottati non sono rilasciabili da parte dell'ufficiale dello stato civile. Ciò può avvenire solo a seguito di una autorizzazione del Tribunale dei minori ed in determinate situazioni previste dalla legge. Tuttavia, se la madre al momento della nascita aveva scelto di partorire in anonimato (e quindi non nel caso di bambini riconosciuti e successivamente abbandonati o tolti ai genitori naturali), riuscire a scoprire le proprie origini diventa molto più complesso e ciò è possibile solo dal 2013, a seguito di una pronuncia della Corte Costituzionale. Molto spesso però nemmeno i Tribunali riescono a rintracciare la madre e se ci riescono, lei ha comunque il diritto a rimanere anonima. Deve essere contattata dal Tribunale, generalmente attraverso i servizi sociali ed in modo molto discreto, ed è lei a decidere se togliere l'anonimato.
Non vorrei che leggendo la mia recensione vi foste fatti un'idea sbagliata su questo libro. Non si tratta di un saggio sull'adozione o di un trattato sul giusto percorso giuridico da intraprendere per trovare le proprie radici biologiche, ma di una sorta di "diario ex post", un resoconto profondo e pieno di sentimenti, sulle tappe della vita di Emanuela, segnata dal "marchio dell'abbandono". Vi affezionerete alla Emanuela bambina, ai suoi genitori adottivi, farete il tifo per lei quando cercherà la sua mamma biologica, vi emozionerete quando alla fine la troverà e scoprirà di avere altri parenti stretti che piano piano sta conoscendo e stanno entrando nella sua vita.
Vi chiederete come mai Emanuela abbia condiviso "i panni sporchi" della sua famiglia con il vasto pubblico dei lettori. Lo ha fatto, perchè è una persona molto empatica ed estroversa, ma soprattutto con la speranza che la sua testimonianza possa essere d'aiuto alle famiglie adottive nella comprensione dei sentimenti, delle inquietudini e delle paure che provano i loro figli.
"Sono nata a Trento verso mezzogiorno dopo un travaglio durato un tempo accettabile, sono nata da donna che non consente di essere nominata, questa è la dicitura usata da sempre dai tribunali italiani nel caso la madre biologica non riconosca il proprio figlio. Per la donna che mi ha messo al mondo, finito il dolore del parto, è iniziato un dolore molto più grande che non termina con la conclusione delle doglie, ma si protrae per un tempo indefinito."
"Come nacqui, l'ostetrica mi portò al nido dell'ospedale, non ebbi nessun seno caldo, nessuna coccola, nessuna carezza da questa madre biologica, anche volendo non avrebbe potuto perchè ormai aveva già firmato la rinuncia a me."
★★★★☆
🧅 cipolla
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