Non so davvero come io abbia potuto, fino a pochi giorni fa, "perdermi" la lettura de "La bisettrice dell'anima" di Loreta Failoni.
Si tratta del romanzo d'esordio dell'autrice trentina — per anni insegnante di matematica — pubblicato per la prima volta dal Gruppo Albatros nel 2009, vincitore del “Premio Terzani per le culture di pace” e ripubblicato nel 2023 da Edizioni del Faro.
Mi è stato segnalato con entusiasmo da alcuni amici lettori e ho voluto subito colmare la lacuna.
Loreta Failoni non mi ha affatto delusa; anzi, è stata una scoperta estremamente positiva. La struttura del romanzo è molto originale: nel racconto coesistono la storia personale di Anne, nipote di un matematico ebreo vittima del nazismo, quella di Alma (l'amica del cuore di origine trentina), gli eventi bellici, il secondo dopoguerra a Parigi e la matematica, vera co-protagonista del racconto.
Anne è una giovane e bella ragazza che vive a Parigi con i nonni materni. Ebrea solo per metà, è stata cresciuta da loro dopo la perdita prematura dei genitori in un incidente. Il nonno, stimato professore di matematica noto anche a livello internazionale, sceglie di non fuggire all'estero per non scombussolare la vita della nipote; purtroppo, i nonni vengono catturati dai nazisti e internati in un campo di concentramento. Non faranno più ritorno, lasciando Anne sola ad affrontare la maternità.
Ogni capitolo è dedicato a un matematico. Tra le pagine si intrecciano aneddoti, curiosità e i teoremi dei grandi del passato: Talete, Euclide, Pitagora, Fibonacci, Einstein, Turing, Archimede e molti altri.
Oltre all'eredità materiale, il nonno affida ad Anne il compito di risolvere cinque indovinelli legati al filosofo e matematico Al-Khayyam. La ragazza ci riuscirà grazie alle proprie doti logiche, agli insegnamenti ricevuti dal nonno e all'aiuto di Benoit Mandelbrot, un giovane studente che Anne incontra in biblioteca (personaggio che, nella realtà, diventerà il fondatore della geometria frattale). Non fatevi spaventare! Non c'è assolutamente nulla di difficile nella comprensione del romanzo. L'autrice ha messo in campo le sue doti divulgative. Negli anni d'insegnamento ha pubblicato diversi manuali didattici per Mondadori.
"La bisettrice dell'anima" affronta temi come la condizione femminile, la maternità e la solidarietà tra donne ed è un vero elogio alla logica che può aiutarci a superare i momenti più difficili della nostra vita e a non lasciarci andare.
"Ecco la mia bisettrice. Hai avuto origine dal mio vertice. Sarai per sempre parte di me. La bisettrice della mia anima."
★★★★☆
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Chi ama i romanzi di Francesco Vidotto - io ho letto Siro, Oceano e Onesto - e desidera saperne di più sull'autore, non ha da fare altro che leggere la sua autobiografia "A ciascuno il proprio Dio" e scoprire così che si può diventare uno scrittore amato ed apprezzato - rock direbbe lui - anche partendo da insuccessi scolastici e porte chiuse in faccia dagli editori. Resistere e non arrendersi sono determinanti per perseguire il proprio obiettivo. Soprattutto “Fai ciò che sei” - come dice sempre Vidotto - è la chiave della felicità.
"Capire chi sei, non è cosa da poco. C’è il rischio di non scoprirlo mai. Di vivere la vita di qualcun altro. Di mentire a sé stessi. Per quel che mi riguarda ci ho messo quarant’anni. Avevo una confusione in testa che non saprei dire. Intuivo la mia inclinazione naturale ma avevo paura di seguirla. Temevo di fallire. Di ferire la mia famiglia. Poi finalmente ho deciso di lasciarmi andare ed ho iniziato a vivere. Per oltre vent’anni sono stato direttore generale di un gruppo industriale tra i più importanti. Viaggiavo in elicottero, mangiavo nei migliori ristoranti eppure mi sentivo povero. E lo ero! Ero povero di tempo e il tempo è l’unica ricchezza che non potevo risparmiare. Una volta speso, è andato per sempre. Allora sono ritornato in montagna, tra le Dolomiti, nella mia terra d’origine dove le giornate filano al ritmo delle stagioni."
★★★★☆
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Quanto può essere difficile parlare della morte di un genitore? E quanto può essere terapeutico farlo? Mettere su carta i propri sentimenti, le proprie paure, i dubbi, ripercorrere con il pensiero ciò che è stato e non potrà più essere, guardare gli eventi da un altro punto di vista?
"Ricucendo con te" è il romanzo d'esordio di Valentina Barbiero, "liberamente tratto" dalla vita dell'autrice e della madre. Valentina di professione è assistente sociale. È a contatto con il dolore ogni giorno. La scrittura e il cucito sono per lei momenti di evasione.
Il romanzo parla di un dolore enorme: la perdita "violenta" della madre. La narrazione avviene in prima persona. Viviana è l'io narrante. Con la madre ha avuto un rapporto conflittuale. Si è sempre, inspiegabilmente, sentita rifiutata, non apprezzata. Dopo la sua morte, Viviana sente il bisogno di scavare nel passato per capire chi era veramente la madre, quale era la causa del suo profondo malessere.
Valentina mi ha detto che questo romanzo lo ha scritto per sé stessa, per chiudere un capitolo doloroso della sua vita, ma lo ha fatto anche "per tutti quei figli che non si sentono pensati, perché possano sbrigliarsi da legami familiari malati e riescano a costruire la propria identità credendo in loro stessi e nei loro sogni."
Vi confesso che quando ho letto le ultime pagine del romanzo e la postfazione dell'autrice mi sono emozionata ed ho pianto molto.
Anche nella mia vita c'è stato un evento drammatico e traumatico simile a quello vissuto da Viviana, un evento che ha riguardato una persona a me molto vicina.
Leggere questo memoir intimo e profondo, come è stato leggere "Fai bei sogni" di Massimo Gramellini, mi è servito a comprendere il gesto, a capire che chi rinuncia alla vita non lo fa perché chi gli è vicino non è "abbastanza", ma lo fa perché non riesce più a tollerare la profonda sofferenza che lo divora.
"Mia madre era stata ad un passo da realizzare tanti dei suoi sogni e poi non c'era riuscita. Non ha avuto la grinta necessaria per combattere per loro e si è lasciata travolgere dal malessere di sua madre e dalle imposizioni sociali di quegli anni."
"Mi sentivo salire le lacrime agli occhi pensando che, se mia madre mi avesse raccontato un po' della sua storia, forse avrei capito tante cose sostenendola, invece che darle addosso. Non potrò mai sapere perché non si sia fidata di me."
★★★☆☆
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"Elogio dell'ignoranza e dell'errore" è l'ultima fatica letteraria di Gianrico Carofiglio. Non mi permetterei mai di contestare le sue abilità letterarie e filosofiche. Ha creato dei personaggi interessantissimi ed affascinanti nei suoi romanzi "seriali": l'avvocato Guerrieri, il maresciallo Fenoglio e l'ex pubblico ministero Penelope Spada. Ha filosofato in numerosi suoi saggi. Ho letto tutte, o quasi, le sue opere ed è per questo che mi sento di dire che in questo libriccino di meno di cento pagine, Carofiglio ci evidenzia gli aspetti positivi dell'ignoranza e dello sbaglio, ma che tali concetti l'autore li ha già spiegati più volte in altri suoi scritti. Indubbiamente scorrevole, interessante e introspettivo, ma può risultare ripetitivo per chi già conosce i suoi scritti. Se siete dei fan di Carofiglio, potreste quindi restare delusi; al contrario, se non lo conoscete, godrete di un piccolo antipasto delle sue abilità.
Un pregio di questo scritto, che vale per tutti, è quello di sentirsi, al termine della lettura, un po' sollevati, con meno sensi di colpa per gli errori commessi.
L'educazione ricevuta da molti di noi si basa sulla condanna dell'errore e dell'ignoranza. E' sicuramente corretto cercare di evitare di sbagliare e colmare le proprie lacune, ma dobbiamo arrenderci davanti all'evidenza: impossibile non fallire mai, impossibile avere conoscenza di tutto. Ma lo sapete quante scoperte, quante vite cambiate (in positivo) sono frutto proprio di un errore? Carofiglio ne cita alcune. Lui stesso, deluso per un concorso andato male, ha chiuso la sua carriera di magistrato e si è dato alla scrittura ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti...
"Fallire" è un termine che ha un valore talmente screditante che perfino la legge ha eliminato questa definizione per gli imprenditori. Ora le imprese non "falliscono" più, vengono "liquidate giudizialmente" e la ratio nel sopprimere questo termine è stata proprio quella di voler evitare la "marchiatura a vita" dell'imprenditore.
"Spesso siamo terrorizzati dai nostri errori e dal fatto che gli altri possano accorgersene e giudicarci in modo negativo. Invece gli errori, più di tutto, rendono gli uomini amabili, scriveva Goethe. [...] Il primo significato della frase, quello più ovvio, è che gli errori ci umanizzano agli occhi degli altri esattamente come pretendere di avere sempre ragione ci rende piuttosto odiosi. Ma forse il significato più profondo è che gli errori ci rendono amabili con noi stessi. Accettare l'idea che sbagliare non è una catastrofe ma un passaggio fondamentale dell'evoluzione. Una forma di armistizio con noi stessi.
Un modo per diventare persone migliori."
★★★☆☆
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In questo episodio Schiavone si trova alle prese con un omicidio molto particolare: un ciclista è stato investito. Si tratta di un ricco cinquantenne che vive da poco ad Aosta. Il suo passato é misterioso e incomprensibile è il suo stile di vita. Rocco lo descrive come "una specie di ectoplasma ai margini della società". Il vice questore capisce subito che non si è trattato di un incidente con omissione di soccorso, ma di omicidio. La vittima dà l'idea di essere un uomo in fuga, in fuga dal passato ed è nel passato che bisogna indagare per risolvere il caso.
Nonostante molte critiche lette sui social riguardo all'ultimo romanzo di Antonio Manzini con protagonista Rocco Schiavone, "Il passato è un morto senza cadavere", io l'ho trovato molto ben scritto, la parte gialla molto avvincente e la componente introspettiva molto profonda. Trovo ridicolo lamentarsi per l'immobilità del personaggio che, secondo alcune bookblogger, negli anni non si sarebbe evoluto. Io trovo che questo non sia del tutto vero e, ad ogni modo, vi chiedo: vi risulta che i detective, ispettori, commissari più famosi siano evoluti nel tempo - invecchiando, sposandosi, mettendo su famiglia? A me non sembra. Sono sempre lì, più o meno fermi nella loro vita e nel loro ruolo. Io ricordo Livia, eterna fidanzata di Montalbano, per esempio...
Quando sostengo che Schiavone nel tempo un po' si è evoluto, mi riferisco alla presa di coscienza della sua infelicità, solitudine, apatia. Se nei primi romanzi Rocco era totalmente incapace di elaborare il lutto subito, viveva alla giornata senza porsi domande sul futuro, saltava da un letto all'altro con storielle e relazioni senza senso, ora è consapevole che se vuole uscire dal loop di negatività in cui è sprofondato, deve lasciarsi alle spalle il passato e provare ad investire sul futuro. Io avverto da parte sua una certa paura di non farcela e di trascinare nell'infelicità anche chi probabilmente ama (Caterina? Sandra?). Io lo capisco Rocco, capisco le sue paure: un conto è essere responsabili della propria infelicità, un conto è esserlo per quella degli altri: meglio non promettere nulla, meglio non rischiare. Qualcosa però sta cambiando. Forse Rocco è ora disposto ad investire nel futuro... lo scopriremo nel prossimo episodio... un prossimo romanzo ci sarà sicuramente, dato che questo è terminato lasciando molte questioni aperte.
"Svegliati, Rocco. Tu, gli altri, questa città, siete vivi e finché lo siete il prezzo da pagare alla vita è accettarla, abbracciarla, farsi ancora male perché è questo che vi tocca. Nascondersi è da vigliacchi"
★★★★★
🍷 vino rossoscopri come valuto i libri
Lucia Brunialti è una ragazza giovane (ha solo 28 anni), ma nella vita ha già fatto tante belle cose: suona quattro strumenti, ha pubblicato due libri e qualche racconto, ha creato un personaggio autobiografico per delle vignette e scrive canzoni. Lavora in biblioteca, è laureata all'accademia delle belle arti ed ha un master in biblioteconomia. E poi va in bici... (che oltre ai libri e alla corsa è una delle mie passioni).
Quando la incontri ti saluta con uno splendido sorriso che trasmette gioia e serenità. Ma quel bellissimo sorriso è il risultato della sofferenza e dei dolori che Lucia ha subito, superato e che ha voluto raccontare in un libro autobiografico, pubblicato nel 2023, "10 POMODORINI AL GIORNO. COME LA MUSICA MI HA SALVATO LA VITA".
Lucia ha sempre scritto, fin da giovanissima: lettere, un diario, canzoni. La scrittura e la musica sono state le sue ancore di salvezza che le hanno permesso, prima di rimanere a galla e poi di uscire dal mare di tristezza in cui due lutti l'avevano scaraventata: il padre morto in un "incidente" quando Lucia aveva sei anni e, dieci anni dopo, lo zio, strappato alla vita da una malattia. Ed è in quel periodo, in piena adolescenza, che Lucia scopre un "segreto di famiglia" e si rende conto che di quel fatto lei era l'unica ad essere all'oscuro. Lucia entra nell'incubo dei disturbi alimentari: dall'anoressia nervosa all'alimentazione senza freno. Quattro anni di alti e bassi, un'altalena di depressione e di speranza, in cui Lucia è cosciente del disturbo e cerca in ogni modo di uscirne. Ma non è facile.
La sua scrittura è fresca ed originale, evolve nello scorrere delle pagine, perché Lucia ha voluto recuperare i testi originali scritti allora, ai quali ha aggiunto le sue considerazioni e riflessioni di oggi.
Lucia mi ha fatta tornare indietro nel tempo, ai miei sedici anni, a quando anch'io dopo aver subito un grave lutto, ho scoperto un "segreto di famiglia", a quando per paura di non essere abbastanza magra per correre, il cibo era diventato per me un'ossessione e tutto era un numero: quanti chilometri corsi, quante calorie introdotte, quanti minuti di ginnastica fatti, quanti chili persi, quanti maccheroni mangiati (dodici era il numero che mi ero imposta di non superare - come i dieci pomodorini di Lucia). Per fortuna la mia "ossessione" si è fermata ad una lieve "anoressia -cosidetta- delle ballerine" e nel giro di qualche mese ho recuperato il peso perduto. Un po' di fissazione per le calorie, per la forma fisica, per il peso, mi è rimasta a lungo però.
Questo libro meriterebbe di essere letto nelle scuole. Potrebbe essere d'aiuto a molti ragazzi, spinti dalla sua scrittura sincera e diretta a riconoscersi, immedesimarsi e sentirsi così meno "diversi", meno incompresi, meno soli e infondere in loro un po' di fiducia.
Brava Lucia! Ti sei messa a nudo e ci hai trasmesso un messaggio, forte, chiaro e positivo: quello di non arrendersi mai.
"Sono triste.
Son troppo fragile e mi abbattono perfino le piccole cose. E mi odio quando è così.
Scende una lacrima dall'occhio, non mi è entrata polvere, ne sono sicura, è qualcosa che si muove dentro e fa male."
"Da soli non ce la si può fare ogni volta.
A volte sì, magari spesso, ma non sempre."
"Ho solo sedici stupidissimi anni e una mentalità da chissà quanti.
Sogno una casa, un uomo, una famiglia vera.
Sogno un lavoro...Sogno certezze."
★★★★☆
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